La necessità di una concreta e funzionale riforma del credito agrario appare ad oggi sempre…
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Il mercato del vino, per il quale, non vi è dubbio, in tanti si stanno preoccupando, assolve una funzione doppiamente importante. Da un lato sostiene le esportazioni italiane, al 2022 si registra il record storico di oltre 8,2 miliardi di euro diffusi in tutto il mondo, dall’altro continua ad interessare il mercato interno, figlio e nipote di un sistema culturale di consumo, rappresentazione e identità, da un paio di millenni alla base della nostra civiltà.
Proprio per le sue specifiche funzioni il vino si pone a difesa della dieta mediterranea, come un tempo le chiesine tardo imperiali, quasi bizantine, figlie delle guerre greco/gotiche, assumevano il ruolo di limiti all’espansione della dottrina pratica, senza fronzoli, materialista (diremmo ora), rappresentata dalle Pievi organizzate intorno a San Michele, difensore della gagliardia Longobarda, in alto, sulle pendici dei monti.
A questi non interessava la pianura, lasciata ad essere divorata dall’acquitrino, ma il poggio, con le sue foreste, gli animali allo stato brado da cacciare, la neve bruciante sulle pendici, immanenza che poco aveva da vedere con la vigna.
Ma il vino risorge sempre, la vigna è vigna di pace e audacia, coraggio e vigore. Da basso torna a salire sulle pendici e torna a darsi per quello che è: la vita.
Non parliamo di vino alimentare da almeno centro anni, duecento in Francia, quindi parliamo solo di integrazione, complemento. Con un po’ di audacia si potrebbe parlare di perfezione.
Si! Perfezione che eleva la cucina – fra cui l’olio, altro vessillo mediterraneo, si distingue per amore e lode al creato – a vera tecnica superiore, sintesi della facoltà data agli umani di percorrere con gaiezza il mondo.
Siamo ora nella situazione di dover gestire, mitigandolo in qualche modo, l’innegabile cambiamento climatico. A livello di produzione vitivinicola è ben noto come gli effetti dell’aumento della temperatura creino le condizioni per un aumento generalizzato della gradazione. Quindi vini più forti, alcolici, che evidentemente scoraggiano il consumatore. Non si riesce più, a cena, di finire una bottiglia, in due persone. Tutti costretti quindi a lavorare di conserva, con tappi ed espedienti chimici a mitigare l’ossidazione.
Come si possono gustare vini con grado alcolico di oltre 14,5 gradi Vol. Soprattutto, come, questi vini, ci possono condurre in un mondo di sensazioni, capace di donare linfa e forza alle capacità gustative, trovare un senso insomma. Valorizzare un significato di territorio, identità, cultura, oltre le mode, oltre il pensiero: manca la poesia, mancherà la bellezza se si continua su questa strada.
Facile non gestore le temperature in cantina, lasciare libera la fermentazione, troppo facile comporre un vino lasciando che lavori da solo, libero di tumultuare in ogni dove.
Altrettanto facile usare la chimica, che detto con cognizione di causa, ormai nessuno usa più; perché i nostri produttori, italici, sono grandiosi, favolosi invidiati nel mondo per amore e dedizione.
Tuttavia non basta, secondo me, non basta lasciare al tempo ed allo spazio la decisione su che elevazione avrà il vino. Come non serve la chimica, se vuoi fare una cosa di eccellenza. E’ indubbiamente necessario allora tornare alla tecnica lavorare in vigna e poi in cantina con metodi antichi, non ottimizzati, ma concreti.
Intervenire per mitigare gli aspetti del cambiamento climatico, dell’innegabile aumento della sommatoria termica, non è difficile se si utilizzano tecnologie antiche: vedi le sperimentazioni sul collocamento dei filari e la gestione gli spazi intra filari.
Abbiamo poi la tecnologia, il nuovo, con approccio digitale. Da usare per monitorare, determinare, scoprire e quindi far convergere su sistemi di gestione idrica ottimizzata. Per esempio il Deficit Idrico Controllato, con rese minori ma risultati qualitativi di grande impatto.
Le condizioni imprescindibili devono essere una rinnovata attenzione alla tecnica ed
un solido accompagnamento finanziario, anche di origine sussidiaria rispetto
all’intervento pubblico.
Stabilita questa aspettativa diviene però evidente che il punto più difficile sia adeguare, ora o nel prossimo futuro, l’offerta alla nascente dinamica di mercato che indubbiamente si sta orientando a privilegiare vini poco alcolici, facili, freschi, come sappiamo tutti.
Il tema è sempre quello, legato al consumo durante il pasto, pratica decisamente sana e incoraggiabile, ma che sta diventando non più così comune come un tempo. Sia in Italia che in Francia, per chiarire ogni dubbio.
Di conseguenza appare urgente, o perlomeno auspicabile in fretta, il lavoro sui vini, sul loro adeguamento a standard maggiormente rispondenti a richieste di un mercato sempre più prossimo alle caratteristiche richiamate prima.
Il tempo è maturo per cominciare a impostare piani di miglioramento per ottenere quei vini che, con qualche rinuncia al carattere ed alla tipicità, sacrosante, per accedere a nuovi caratteri e nuove tipicità.
La transizione ecologica va verso gli aspetti premianti pratiche di sostenibilità, mitigazione dei rischi ambientali e di conseguenza miglioramento del vino per avere davvero un futuro ampliamento del consumo.
La consapevolezza, la tecnica, la disciplina nel rispetto dei criteri sostenibili saranno sempre più al centro dei progetti di miglioramento, come del resto sempre più al centro della valutazione della bontà di questi progetti, sotto il profilo ambientale, sociale ma anche e soprattutto finanziario.
Responsabilità che in perfetto accordo con la transizione ecologica, è e deve essere di tutti: produttori, consumatori, enti pubblici e istituzioni finanziarie.
