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Note di degustazione Villa Gresti di San Leonardo

Di fronte al Monte Baldo, luogo austero a vedersi, ma frizzante al camminarci intorno, si adagia, in pianura, lodata dal vento, ma pur sempre riparata dal freddo, la Tenuta San Leonardo. Trecento anni ufficiali nel 2024 di storia, emozioni e grande orgoglio.

Non è una tenuta tipica, nemmeno ascrivibile all’unica Denominazione che in questi luoghi sta prendendo sempre più risonanza internazionale (il Trento DOC). Non è nemmeno un luogo ludico, da vivere d’inverno con gli sci.

Si tratta di un borgo popolare, con una villa padronale nascosta alla strada principale, nutrita dai boschi e, sempre più dalle vigne magnifiche, che fondano la loro autorevolezza sulla biodiversità, prima ancora che sulla mistica del Carmenère.

La famiglia Guerrieri Gonzaga, da sempre radicata anche in questi luoghi, fra impero austriaco e monarchia italiana, poi repubblica, sempre, comunque libera e indomita, conduce da generazioni questo riferimento per l’enologia trentina e italiana.

Anselmo, gran signore antico, abbina la sapienza del vigneron a quella del fruitore e produttore digitale, aprendo un mondo interconnesso dalla sua audace visione. Solida visione al servizio del mercato, solidi risultati a confermare che siamo sul corretto sentiero di sviluppo.

Del San Leonardo è quasi superfluo parlare. Si tratta di un vino moderno, fine, con alcol controllato, elevato in legno ma emergente dalla classica combinazione/sapienza bordolese: prima terreno, poi mosto; prima annata, poi scelte di assemblaggio. Con il San Leonardo il padre di Anselmo, il Marchese Carlo, riscoprì il Carmenère, che contraddistingue con un 30% il già ricco bouquet composto da Cabernet Souvignon (60%) e Merlot (10%).

Del Terre di San Leonardo, il primo vino, la base di tutta la magia di San Leonardo, secondo me tocca invece parlare. Si tratta di un blend diverso rispetto al San Leonardo, che inoltre ha meno passaggi in legno e quindi una elevazione più semplice. Il Carmenère non supera il 10%, mentre il Cabernet Sauvignon si attesta al 50% e il Merlot al 40%.

Molto fresco e immediato, si apre con un bel frutto maturo e rose bianche e rosse, antiche e nuove, seriose soprattutto. Al palato è fragrante, teso e sincero. Schiocca fra le labbra. Alla base del primo e del secondo vino c’è sempre la vasca di cemento, nascosta, libera, poi la barrique, al fresco della cantina sotterranea.

Ma eccoci al Villa Gresti, nome che proviene dalla villa padronale, schiva sul bosco soprastante. L’intuizione di Anselmo per riscoprire e collocare sul vasto ma capriccioso mercato dei fine wine il Villa Gresti è stata quella di riproporre le annate d’archivio. Costellandole di una approfondita descrizione di quel potenziale inarrivabile che gli anni concedono. Ecco allora i primi 10 anni del 2000 (già esauriti), poi gli anni 10, millesimi usciti dalla cantina con ordine, in un mercato sorpreso da tanta grazia ed eleganza.

Il 2007, che ha rallegrato il mio palato, è un inarrivabile inno alla bellezza, al gusto pulito, alla semplicità di una terra di mezzo, a valle della montagna vera, dove vento e fresco lasciano qualche spazio al sole che sembra scottare sui declivi verdi e marroni.

Il terreno è spesso e adatto, tessitura antica, dolomitica, a ispessire il croccante in bocca, seguente i sentori floreali del naso. Siamo sull’amarena del Merlot, di un cru nascosto dietro le altre viti. Combinato con un Carmenère autentico, fresco e limpido.

Non supera i 13% vol, come gli altri vini, a incoraggiare l’unica, a parer mio, strada per portare i fine wine nell’era digitale del consumo consapevole e ludico, irriducibile condivisione di vita.

Il 2007 è stato un anno caldo, secco, anche quassù, sotto il Monte Baldo. La tensione di questo vino è ancora vera, autentica. Emerge, sempre a parer mio, un sentore di liquerizia, che lo rende eterno.

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