La necessità di una concreta e funzionale riforma del credito agrario appare ad oggi sempre…
Raggio Brusa
Sono andato a Predappio, quieto e tranquillo. Già nel fondo valle, venendo da Forlì, si cominciano a scorgere i pezzi della visione di Francesco Condello, trasferitosi, qui, già uomo fatto, da Bologna, da un altro business, da un altro mondo. E’ venuto con sincero amore per il Sangiovese e con lui per un territorio fuori dalla mappe dei vini Icon. Quelli raffinati, infiniti, anche glamour, che hanno consacrato, dopo decenni di oblio, l’enologia italiana nel mondo.
La visione appunto non è solo quella di fare un vino anticipo e moderno insieme, buono soprattutto, indomabile, direi. Ma quella di rigenerare una valle dal punto di vista morfologico, con vigne immense e ben esposte, piccoli borghi colmi di servizi per l’accoglienza enoturistica e due ristoranti gourmet. Tutti sostenibili e diversi, concetti ben conosciuti da queste parti. Non disturba la vista da valle il goder dei saliscendi vitati e dei borghetti ben rifiniti e riorganizzati: le piscine sono fatte in modo che sfiorino l’occhio più attento, nascondendosi fra frasche e sempreverdi copiosi.
Il Raggio Brusa è un Sangiovese in purezza, proveniente da una costa ad esso dedicata, esposta ad est, piantata a fine ‘900, per accogliere il nuovo millennio nel migliore dei modi e ribadire che quello vecchio è finito e non tornerà più, mai più. Il nome è epico, come tanti nomi di vini leggendari. Significa il Raggio che brucia, segnando con forza e magnanimità il terreno ad esso consacrato.
Piccola produzione, saggiamente seguita dalla figlia di Francesco, la Chiara, che si ostina a continuare a studiare enologia pur sapendone tantissimo. Mai doma come il suo vino. Il frutto di questo Sangiovese è intenso e caratteristico. Sotto il terreno le radici lottano con lo Spungone, una roccia ovviamente di origine marina, simile al Galestro. Il Sangiovese sa come muoversi in questi luoghi come in Toscana, ma anche in Umbria; resiste all’aggressione calcarea muovendo verso il suolo come uno scalatore alpino. Coraggio e forza, ma soprattutto coraggio per sentirsi baciare da quel raggio vigoroso, che potrebbe bruciare gli occhi degli esseri umani, dopo aver donato la vita alla vigna.
Se nel colore dimostra il suo carattere con un intenso rubino, accesso e limpido, al naso si presenta con i caratteri varietali intonsi: ciliegia e mora. Nel palato però esplode in intensità dimostrandosi molto sapido, croccante. A me sembra carnoso, non ruvido ma ben presente. Sempre per me il naso è anche balsamico e leggerissimamente mentolato, come quei Sangiovesi che del Gallo Nero fanno bandiera.
E’ un vino da collezionare per scoprirne l’evoluzione dopo anni di quiete in cantina. Longevo grazie alla sua rabustezza. Il 2013 rende per estensione e sapidità già oggi, con l’amplificazione delle caratteristiche varietali e delle note evolutive come il richiamo alla macchia mediterranea ma anche il cuoio e la menta disidratata, sempre per me.
Il mare, che si vede in lontananza, la montagna, che avvolge da dietro le spalle, facendoti capire che l’orizzonte è di là, navigare necesse, consentono di allevare al meglio le vigne di Sangiovese e un po’ di Chardonnay, garantendo, con l’escursione termina ottimale a queste latitudini un sostenibile sommatoria termica.
Per completare il paesaggio è necessario richiamare un grande cru di Merlot, appollaiato in un angolo della collina. Restituisce il Masera, nato e pensato come un icon e competitivo da subito con i grandi fine wine. Resa minima in vigna, lavoro attentissimo in cantina con rimontaggi e cura di tutti i passaggi. Già leggendario.
